Il ministro Maria Chiara Carrozza: «La mia Costituente per la scuola»

Qualità dell’architettura, edilizia scolastica sicura, istituti come presidio di legalità. Lotta alla dispersione scolastica e una certificazione europea supplementare ai diplomi. Il ministro dell’istruzione e della ricerca Maria Chiara Carrozza lancia una consultazione nazionale sulla formazione e spiega i nuovi progetti

di Simona Maggiorelli, left.it, 1 febbraio 2014

In una scuola su sette, secondo il rapporto 2013 di CittadinanzAttiva, ci sono «lesioni strutturali evidenti» e il 39 per cento delle scuole pubbliche presenta «uno stato di manutenzione del tutto inadeguato». Come riporta un’indagine del Miur fatta nel 2012 quasi la metà delle scuole italiane è stata costruita fra il 1961 e il 1980. Mentre il 4 per cento degli edifici risale addirittura a prima del 1900. E ancora. Il 33 per cento delle scuole non ha un impianto idrico antincendio e in molti edifici manca una scala interna di sicurezza. Senza contare che 4 edifici su 10 sono in zone a forte rischio sismico. Che la questione della messa in sicurezza delle scuole sia prioritaria ce l’ha ben chiaro il ministro Maria Chiara Carrozza, che alla nostra richiesta di tracciare un primo bilancio di 9 mesi di lavoro risponde partendo proprio dall’edilizia scolastica (a cui da quest’anno i cittadini potranno devolvere il 5 per mille). «Le risorse che avevo a disposizione per l’edilizia scolastica sono già state distribuite alle Regioni», dichiara il ministro dell’Istruzione e della Ricerca. «Insieme alle Regioni avevamo stilato una graduatoria. Segno che si può collaborare bene, se lo si vuole».Sono fondi del ministero?Sono fondi previsti dal Decreto del Fare che ha stanziato anche un investimento di 300 milioni finanziati dall’Inail, ai quali si deve aggiungere la possibilità per le Regioni di stipulare mutui a tassi agevolati per l’edilizia con la Banca europea per gli investimenti e con altri istituti, stabilita con il decreto “l’istruzione riparte”. Inoltre, siamo al lavoro con il ministro Trigilia per usare anche fondi europei residui della programmazione 2007-2013. Ma siamo consapevoli che i fondi da soli non bastano e serve una maggiore semplificazione delle leggi per agire con più rapidità. Pochi giorni fa abbiamo conferito a sindaci e presidenti di Province poteri derogatori per la realizzazione di progetti nel campo dell’edilizia scolastica, sburocratizzandone molto l’attività.

Sono già stati avviati nuovi progetti in questo ambito?

Con l’ex ministro Fabrizio Barca, oggi direttore generale del Mef, lavoriamo a un progetto per il sostegno di politiche educative nelle cosiddette “aree interne”, luoghi deindustrializzati e in forte calo demografico. Abbiamo coinvolto anche il ministro Graziano Delrio cercando di condividere il know how e la creatività che viene da esperienze positive nell’edilizia scolastica come quella di Reggio Emilia per sviluppare soluzioni flessibili che rispondano alle necessità di potenziare l’offerta scolastica in queste “aree interne”.

Concretamente?

Nei giorni scorsi, per esempio, la presidente della Camera Laura Boldrini mi ha segnalato il caso del sindaco che chiedeva aiuto per una scuola a rischio di infiltrazioni mafiose in Calabria. Dobbiamo fare in modo che, nei territori minacciati dalla criminalità organizzata, la scuola sia il presidio di legalità e di educazione dei cittadini. In questo senso ci siamo attivati con i presidenti della Camera e del Senato. Partendo dal tema dell’edilizia scolastica, come vede, si arriva al tema cardine: cosa si fa dentro la scuola.

Lei sta per varare una Costituente della scuola come referendum nazionale. Da dove nasce la sua idea?

Dalla mia esperienza di rettore della Scuola superiore Sant’Anna a Pisa e da un’iniziativa che, alcuni anni fa, mi colpì molto: a Sant’Anna di Stazzema alcuni nostri dottorandi di giurisprudenza raccontarono la storia dei padri costituenti. Dalle loro tesine emergeva l’intreccio fra storia, diritto e costruzione dei principi fondamentali che fondano la Costituzione, ma anche una loro visione personale. E questo mi piacque molto. Così ho pensato di tradurre quell’esperienza in una Costituente per la scuola che raccolga tutta la società civile, dalla quale possano emergere i principi base per una riforma. Oggi possiamo sfruttare le nuove tecnologie e i social media per sviluppare Costituenti allargate, il più possibile inclusive. Perché la scuola deve esserlo davvero. Certamente non è un sondaggio online, coinvolgerà scuole, studenti, genitori, insegnanti anche attraverso i nostri uffici scolastici regionali. Sarà un modo per attivare un dibattito a livello nazionale su come debba essere la scuola del futuro.

Ci sono precedenti europei?

Ho scoperto poi che in Francia è stata fatta un’esperienza analoga. Ho incontrato di persona Claude Thélot che la avviò nel 2004. Abbiamo parlato a lungo. Con la segreteria di tecnici che mi sta aiutando abbiamo cercato di capire i successi e i punti deboli di quell’iniziativa.

Incoraggiare l’indipendenza e l’autonomia degli studenti ma anche restituire dignità e autorevolezza agli insegnanti. Di questo parlò a settembre su left. Nel frattempo quale realtà ha incontrato nelle scuole?

Pochi giorni fa ero a Lecce, sono stata più volte in Calabria e in Campania e ora andrò in Sicilia. Ho viaggiato molto, specie al Sud. I problemi sono tanti, ma spesso mi sento dire che è l’istituzione che ha tenuto di più. La scuola ha rappresentato sempre lo Stato e resta un punto di riferimento per le famiglie. Mi è piaciuto anche vedere che sono tante le scuole che fanno un lavoro aperto al territorio, allacciando rapporti con associazioni culturali. Dagli istituti storici all’Anpi, dalle associazioni di scrittori, alle fondazioni, sono moltissime le realtà disposte a collaborare. Compito del ministero è favorire questi incontri, ma senza dare rigidi input nazionali, perché chi lavora nelle scuole conosce la realtà locale meglio di chiunque altro.

Un rapporto di Legambiente scuola ma anche altre ricerche tratteggiano un sistema scolastico ancora molto disomogeneo fra Nord e Sud…

Il quadro è drammatico in alcuni territori, specie per quanto riguarda l’edilizia scolastica sulla quale questo governo si sta impegnando con forza. Stiamo intervenendo ma occorre farlo con gli strumenti giusti. Un conto è aprire scuole nuove, un conto è fare un fondo immobiliare che permetta la permuta su un edificio storico per consentire la costruzione di una scuola, un conto è la ristrutturazione e la messa a norma secondo modelli anti sismici. Lo Stato e il ministero devono aiutare i Comuni a intraprendere queste diverse azioni: le amministrazioni, specie le più piccole, non hanno gli strumenti sufficienti per gestire gli appalti. Non si tratta solo di stanziare i fondi ma dobbiamo anche funzionare come sportello che dà loro la formazione sufficiente per fare tutto questo con la massima trasparenza.

La dispersione scolastica è molto alta in Italia. Che cosa fa il ministero per risolvere questo gravissimo problema?

Con il decreto “L’istruzione riparte” abbiamo stanziato 15 milioni per la lotta alla dispersione. Sarà avviato un programma di didattica integrativa che preveda anche il prolungamento dell’orario nelle realtà dove il fenomeno dell’abbandono è più diffuso.

Dalla Cgil viene la proposta di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, che cosa ne pensa?

Più che definire l’obbligo per legge, il nostro problema oggi è rispettare l’obbligo di dare a tutti un’istruzione sufficiente per poi potersi inserire nel mondo del lavoro e trovare anche una propria realizzazione sociale. Parlare di obbligo con questa dispersione scolastica rischia di avere un significato simbolico ma non un senso effettivo. A mio avviso la risposta è lottare contro la dispersione per tenere i ragazzi a scuola. Dobbiamo capire quando li perdiamo – fra 14 e 15 anni, fra 18 e 19 anni – e dare loro una risposta. Insomma dobbiamo uscire dalla logica delle leggi prescrittive e entrare nella logica di attuare le leggi fino in fondo.

Alcuni pedagogisti sono allarmati dalla proposta di abbassare il percorso scolastico superiore a quattro anni. Ma anche dall’ipotesi un rapporto più stretto fra scuola lavoro, non sapendo ancora come sarà strutturato.

La Costituente della scuola serve anche a definire insieme questi percorsi. Non c’è solo la questione della durata, dobbiamo occuparci anche dell’organizzazione degli ordinamenti e del rapporto fra scuola e lavoro. Fra scuola e istruzione superiore ci sono molti problemi. Un ragazzo su cinque perde un anno e non dà nemmeno un esame all’università. La scuola deve preparare i giovani a non commettere quest’errore. L’università si deve organizzare meglio e deve farlo insieme alla scuola. Bisogna lavorare sui momenti di passaggio, fra le medie e le superiori, dalla scuola all’università e poi al lavoro. È importante la durata, ma ancor più la riuscita dell’intero percorso scolastico. La valorizzazione del lavoro fatto in classe si vede in ciò che lo studente farà dopo, più che nei punteggi. Anche per questo credo che sarebbe molto utile introdurre un diploma supplement, un documento integrativo del titolo di studio ufficiale, una certificazione di competenze sul modello europeo in cui lo studente possa valorizzare tutto quello che ha fatto: sa le lingue, sa suonare uno strumento, pratica uno sport ecc. Queste attività curricolari sono un importante complemento della formazione e devono essere valorizzate, non solo per andare all’università più vicina, ma anche per andare a studiare in un altro Paese, in un’altra regione, o per andare a lavorare.

La tutela del patrimonio d’arte è iscritta nella nostra Carta ma una conseguenza della riforma Gelmini è stata la scomparsa della storia dell’arte in molte scuole. Lei si era impegnata ad affrontare questa questione.

Ci stiamo lavorando. Una persona della mia segreteria tecnica si dedica specificamente a questo. E stiamo mettendo a punto un programma di storia dell’arte in vista del semestre greco e poi italiano del Consiglio dell’Unione europea, in sintonia con la valorizzazione della cultura classica di cui la Grecia e il nostro Paese sono ricchi.

La settimana scorsa ha varato il progetto Sir (Scientific independence of young researchers) per i giovani ricercatori, con un finanziamento di circa 50 milioni. Ci saranno altri step?

Stiamo preparando anche il bando per i ricercatori senior. Sarà molto simile a questo che abbiamo varato per quelli più giovani.

Il caso Stamina ha messo in luce un grave vulnus nel rapporto fra politica e ricerca in Italia. Se la politica non si basa sulla scienza come può fare leggi che tutelino la salute dei cittadini?

Della necessità di un rapporto stabile fra politica e ricerca scientifica sono pienamente convinta. Le nostre scelte politiche devono essere improntate a una maggiore etica e devono essere basate sulla evidenza scientifica. Gli scienziati e gli intellettuali servono in Parlamento ma anche come portatori di competenze specifiche. Occorre strutturare questa loro presenza. Molti studiosi che siedono in Parlamento si sentono frustrati per il fatto di non essere coinvolti direttamente nelle scelte di merito. È un fallimento delle nostre istituzioni. Dovremmo essere in grado di ridisegnare il sistema di governo in modo da coinvolgerli e consultarli.

In Italia i ricercatori non solo sono precari, ma talora anche attaccati. Penso per esempio a chi fa sperimentazione animale ed è diventato bersaglio di minacce e manifesti infamanti da parte di gruppi animalisti.

Torno a esprimere loro la mia solidarietà. Ed è inaccettabile che chiunque prenda una posizione pubblica, entrando nel merito delle questioni, venga minacciato. Si sta creando un clima basato sulla paura. Dobbiamo stare molto attenti all’uso delle gogne mediatiche e del mail bombing. Se ne sottostimano la violenza e gli effetti distruttivi. Nelle scuole e nelle università dobbiamo mettere in guardia i giovani rispetto a questi rischi.

http://www.left.it/2014/01/30/il-ministro-carrozza-la-mia-costituente-la-scuola/14637/

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