I nostri beni immateriali non sono merce in vendita

di Salvatore Settis, la Repubblica, 6 febbraio 2014

Ci siamo allenati fin troppo, in questi anni devastati e feroci, a monetizzare ogni valore, ad attaccare il cartellino del prezzo al collo di tutte le statue, alla croce di tutte le chiese, a ripetere come una giaculatoria la stupida formula dei “giacimenti di petrolio”, degradando il nostro patrimonio a serbatoio da svuotarsi per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future. Ma il patrimonio culturale non è petrolio, è l’aria che respiriamo, il sangue nelle vene, la carne di cui siamo fatti. È per la comunità dei cittadini (quella che l’art.9 della Costituzione chiama Nazione) ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi. Non c’è prezzo che tenga, i 234 miliardi chiesti a Standard & Poor’s non bastano per un verso di Dante (o di Omero, o di Shakespeare). Alle effimere improvvisazioni dei prezzatori nostrani contrapponiamo la riflessione ben più seria di chi ha mostrato di saper riflettere sui valori del patrimonio culturale. Basta varcare le Alpi, e appena giunti in Francia ci coglie un moto d’invidia. Il rapporto “L’économie de l’immateriel” considera i valori immateriali (non prezzabili) come il fondamento della crescita di domani: «C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini», si legge nella prima pagina. Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale. Il rapporto, firmato da Maurice Lévi e Jean-Pierre Jouyet, è stato commissionato dal ministero dell’Economia, e giunge alla conclusione che i valori immateriali «nascondono un enorme potenziale di crescita, che può stimolare l’economia della Francia generando centinaia di migliaia di posti di lavoro, e conservandone altrettanti che sarebbero altrimenti in pericolo». Un ministro dell’Economia italiano che si ponga questo problema non si è mai visto. Ma possiamo almeno sperare che i nostri ministri dell’Economia, dei Beni culturali, dell’Istruzione, dell’Ambiente, si mettano intorno a un tavolo col presidente del Consiglio, e magari qualche esperto della Corte dei conti, a studiare collegialmente il rapporto dei cugini d’Oltralpe? Imparerebbero, per esempio, che la confusione tutta italiana fra il “mecenatismo”, la “sponsorizzazione” e l’invasione di imprese for profit nei musei svanisce tra Ventimiglia e Mentone. E che, eliminata questa confusione, l’eterno dibattito su pubblico e privato avrebbe l’unica possibile svolta virtuosa, adottando il principio della commissione Lévi-Jouyet: «Condurre azioni di interesse generale con il concorso di finanziamenti privati», ma distinguendo fra il privato che intende donare (come la Fondazione Packard a Ercolano) e l’impresa che guadagna sulla biglietteria (secondo la sezione Lazio della Corte dei conti, nell’area archeologica di Roma il 69,8% degli incassi finisce al Gruppo Mondadori, alla Soprintendenza resta il 30,2%; a Palazzo Venezia, Civita prende il 70,75%, la Soprintendenza il 20,25%). È possibile normare l’immateriale anche in Italia, senza i vaneggiamenti sui “giacimenti culturali” che ci appestano da decenni? È possibile distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti? Sarebbe più facile rispondere “sì”, se il Parlamento si decidesse a dare al governo la delega per l’aggiornamento del Codice dei beni culturali (è in programma da giugno, senza nulla di fatto). Se si leggesse con attenzione, prima del rapporto francese, la Costituzione italiana.

http://www.manuelaghizzoni.it/2014/02/06/italia-quanto-vale-la-bellezza-di-francesco-erbani-e-luisa-grion/

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