Niente cultura, niente riforme

di Gianfranco Demuro, ilsole24ore.com, 9 febbraio 2014

Il progetto di un «Senato della cultura» porta al centro del discorso pubblico l’importanza di ridare dignità alla politica ripartendo da ciò che è la base stessa della politica, la sua identità culturale. Senza cultura, senza scienza, senza arte, senza letteratura, senza architettura, senza musica che cosa è la politica?

La stessa domanda è al centro dell’indagine di due studiosi europei con differente impostazione scientifica, un costituzionalista e un politologo. Il primo, Peter Häberle, in Per una dottrina della costituzione come scienza della cultura (Carocci, 2001), colloca la cultura alla base stessa della sua dottrina della Costituzione. Scrive Häberle che «dal punto di vista giuridico un popolo ha una costituzione». Mentre «dal più ampio punto di vista culturale un popolo è in una costituzione». La Costituzione è regola sovraordinata che si appoggia sulla cultura che l’ha espressa e contribuisce ad arricchirla in un reciproco scambio vitale. Secondo Häberle bisogna coltivare «i testi costituzionali» e interpretare le comunità mediante «il metodo delle scienze della cultura». Attraverso la cultura si può dare un’identità costituzionale propria anche all’Europa. La cultura diventa così metodo per giudicare e fondare la Grundnorm nazionale ed europea. Possiamo utilizzare lo stesso metodo per discutere della proposta, avanzata nelle pagine di questo supplemento l’8 dicembre scorso, di un «Senato della cultura»?

Il dibattito sviluppatosi su questo giornale sul «Senato delle competenze» o «della cultura» può addirittura arricchire un dialogo europeo che, proprio ora, ha necessità di approfondire il rapporto tra popoli e costituzione, tra Stati e Unione europea. Rapporto difficilissimo soprattutto in questa fase recessiva ma che, se affrontato à la Häberle, può essere mediato dalla cultura. Sappiamo, tuttavia, che l’idea di un «Senato delle competenze» può essere posta in dubbio dal presupposto che la rappresentanza politica possa essere solamente elettiva. Idea questa che è stata discussa innumerevoli volte in passato (anche il sorteggio può apparire democratico purché casuale ed eguale) e rimessa in discussione dal politologo Bernard Manin (in The principles of representative government, Cambridge University Press, 1997). Questi ricostruisce l’idea del governo rappresentativo come governo composto sia da elementi democratici sia non-democratici, nel senso che la rappresentanza può essere democratica anche se non direttamente elettiva. Secondo Manin detta «dualità è da riferirsi alla sua natura (del governo rappresentativo ndr), non all’occhio dello spettatore». Certamente il Governo rappresentativo è democratico ma in esso convivono, come in un puzzle, elementi diversi.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-02-10/niente-cultura-niente-riforme–092655.shtml?uuid=ABmxOYv

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