I migliori ministri della Cultura? I democristiani!

di Vittorio Sgarbi, ilgiornaleoff.it, 23 febbraio 2014

Li ricordo tutti. Un esercizio di memoria, per dovere professionale. Ma non tutti memorabili. Il primo fu Giovanni Spadolini, il fondatore. Uno storico di tradizione risorgimentale che intendeva il patrimonio artistico italiano come coscienza viva della nazione. Fu per una ragione di orgoglio e di identità che pensò di separare l’amministrazione dei beni culturali da quella dell’istruzione. Fu giusto? Fu velleitario? Fu concepito con insufficienti garanzie, soprattutto economiche?
È un pensiero condiviso anche da quelli che riconoscono l’intuizione di Spadolini. Resta, comunque, che nella considerazione del peso politico, ancora oggi quel ministero è figlio di un dio minore. Nessun dubbio: è invece il primo ministero italiano e che, separato da quello della scuola, vada riaccorpato con quello dell’Economia attribuendogli la piena potenza con l’istituzione di un “Ministero del Tesoro dei Beni Culturali”. Non ardirono pensarlo e furono poco potenti e poco incisivi i politici che si avvicendarono dal tempo della fondazione: Oddo Biasini, Nicola Vernola, Dario Antoniozzi, Nino Gullotti e ancora Egidio Ariosto, Ferdinando Facchiano, Vincenza Bono Parrino, Domenico Fisichella, Giovanna Melandri, Rocco Buttiglione,Giancarlo Galan,Lorenzo Ornaghi... Difficile dire cos’abbiano fatto e cos’abbiano rappresentato, ma è certo che non hanno intuito e valorizzato la delicatissima e preziosissima istituzione che erano stati chiamati a guidare. Per articolazione e rappresentanza, nella infinità del patrimonio e del sistema di controllo attraverso strutture centrali, gerarchiche e periferiche, il Ministero per i Beni Culturali è paragonabile soltanto al Ministero degli Interni.
I soprintendenti sono come prefetti. Nella loro giurisdizione hanno autonomia paragonabile a quella dei magistrati. Il sovrintendente risponde, prima che al Ministro, all’evidenza del patrimonio che è bene di tutti, con ampia e diffusa consapevolezza. Ci sono, è vero, i vandali e i barbari, che sono spesso gli amministratori locali, ma i loro poteri sono subordinati, nella mediazione consentita soltanto grazie a faticose, e non sempre prevalenti, ingerenze politiche.
Al Ministero, nel corso di anni di logoramento, basta una formale autorevolezza. Nella percezione di un limitato valore politico del Ministero, esso fu attribuito, dai Presidenti del Consiglio, prevalentemente a partiti minori come il Repubblicano e il Socialdemocratico, anche se non sono mancate significative personalità democristiane, a partire, oltre a Gullotti e oggi a Franceschini, dalla piu’ autorevole e universalmente riconosciuta potente: Giulio Andreotti, che tenne l’interim del ministero per piu’ di un anno, scaricando gli affari ordinari su un sottosegretario abile e intraprendente, il socialista Luigi Covatta, e su un direttore generale onnipotente, prima e dopo di lui: “Francesco Sisinni” che non mancò di celebrarsi nella sede del Ministero, a San Michele, con una lapide in latino. In effetti i momenti in cui il Ministero fu più forte e glorioso furono quelli a reggenza democristiana.
Dopo Spadolini, e a parte Andreotti, toccò a un altro abilissimo, giunto in carriera fino al rango di Ministro degli Esteri, benchè dimissionario agli esordi di tangentopoli:Enzo Scotti, detto Tarzan se, lo ritrovammo dopo decenni ancora Sottosegretario agli Esteri nell’ultimo governo Berlusconi (2008-2011), lui napoletano in quota Lombardo.
Con Scotti, il Ministero ebbe il suo momento di massimo fulgore per l’abilità dell’uomo e forse anche per il sostegno del partito. Sulla sua scia, al di là di ogni equivoco tecnico, il Ministero ebbe forte risalto politico con l’altro potente democristiano Gullotti. Ma la natura del Ministero era tale da prendere una fisionomia legittimamente tecnica e per ciò stesso rispettata, con la reggenza più importante nei termini di una valorizzazione del patrimonio: quella di Alberto Ronchey, che intuì il potenziale economico e produttivo del patrimonio artistico e monumentale.
La sua azione, sia pure embrionale, fu decisiva, facendo scendere i beni artistici dall’empireo spadoliniano a una concretezza operativa mai completamente sviluppata, soprattutto nella gestione dei musei. Non può essere dimenticata, dopo il primo governo Berlusconi, con un altro storico al Ministero, Domenico Fisichella, la parentesi tecnica del governo Dini che su suggerimento del presidente Scalfaro, esibì quel Ministro il più esperto e concreto dei soprintendenti italiani, Antonio Paulucci, cui si deve, anche con la mia collaborazione (all’epoca ero Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati) qualche buon intervento, dai principi di ricostruzione degli incendiati teatri Fenice e Petruzzelli, all’acquisto di notevoli opere d’arte per gli Uffizi e altri musei. Paulucci fu il massimo tecnico al Ministero, in vacanza della politica, ma quando essa tornò fu un bene, perchè i migliori ministri della storia della Repubblica, al di là del loro stesso merito individuale, furono i due ulivisti Walter Veltroni e Francesco Rutelli, che intesero la loro funzione nel senso più alto, facendola coincidere, diversamente dal rozzo Maroni che volle gli Interni, con il loro status di Vicepresidenti del Consiglio.
Il Ministero dei Beni Culturali diventava così simbolicamente, e nell’immagine, il primo Ministero italiano, sull’esempio del modello francese che aveva avuto un autorevole Ministro della Cultura in Jack Lang.
L’organizzazione del Ministero e la sua efficienza non migliorarono, probabilmente, ma non c’è dubbio che il potere di incidere di quei ministri fu molto piu’ forte in coincidenza con la crescente consapevolezza dell’importanza del patrimonio artistico anche sul piano dell’investimento economico.
Non si può dimenticare, che con Veltroni, a parte l’Auditorium di Renzo Piano, dopo 14 anni di languore, fu riaperta la Galleria Borghese e furono potenziati altri istituti museali. Ciò che seguì non merita particolare menzione, compreso il Ministero Urbani, del quale io fui Sottosegretario (assumendomi responsabilità di cui sono orgoglioso, come il vincolo del Porto Vecchio di Trieste, l’inizio dei lavori, con una paziente attività diplomatica, per la ricostruzione del teatro Petruzzelli, il veto a progetti come la copertura di Giancarlo De Carlo alla Data di Urbino). La decadenza ha toccato il suo culmine con il Ministro Galan, noto per avere nominato direttore della Biblioteca dei Girolamini, il ladro che rubò piu’ di 4000 libri. Imprevedibile e luminosa è stata invece l’esperienza dell’ultimo Ministro, Massimo Bray, proveniente dalla formativa officina dell’Enciclopedia Treccani.
Come Veltroni e Rutelli in quota PD, ma estraneo ad ogni tutela di partito, Bray ha molto ascoltato e faticosamente interpretato la macchina perversa e labirintica del Ministero cerando spesso vie d’uscita imprevedibili, dimostrandosi, senza compromessi, sensibile alla tutela di un patrimonio delicatissimo, spesso abbandonato e in balia di incoscienti. Memorabile resta la sua azione per la difesa di Piazza Verdi a La Spezia e l’acquisto della Reggia di Carditello dopo anni di colpevole indifferenza da parte dello Stato. Bray sarà rimpianto, ma è compito del piu’ politico, pur sensibile ed esperto (e anche apprezzato scrittore) Dario Franceschini non uscire dalla traccia che, nella selva di burocrazia e di tranelli, Bray ha individuato. Mai cedere a mediazioni e compromessi ma difendere il patrimonio il cui massimo valore è l’integrità dentro la storia, per il futuro.
Auguri al Ministro ferrarese e, come Bray fece la sua prima uscita a L’Aquila per scongiurare la distrazione dello Stato dai danni del terremoto, faccia lo stesso per restituire la dignità alle aree terremotate di Lombardia ed Emilia.

http://www.ilgiornaleoff.it/i-migliori-ministri-della-cultura-i-democristiani/

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