La modernità del Rinascimento. Un libro di Quondam dimostra che il tema non riguarda soltanto l’arte

di Giulio Ferroni, L’Unità, 1 marzo 2014

OGNI TANTO RITORNA IN EVIDENZA IL RINASCIMENTO: INTESO COME EPOCA DI SPLENDORE ASSOLUTO, DELLA PIENA CAPACITÀ UMANA DI PRENDERE POSSESSO DEL MONDO, del trionfo dell’arte e della cultura, propagatosi dall’Italia all’Europa moderna, in un “rinascere” e rifiorire della vita collettiva, in un movimento irresistibile verso la modernità. Nella percezione straniera (e specialmente in quella del mondo anglosassone) l’immagine dell’Italia si inquadra perlopiù entro il fascino della grande arte rinascimentale (specie in versione fiorentina), nel segno di un’eleganza e di uno splendore che non riusciamo più ad attingere, residuo di un passato offerto ormai solo al consumo turistico e che non siamo nemmeno tanto capaci di tutelare.
Ma da noi c’è ogni tanto qualcuno che si riconosce figlio del Rinascimento e prospetta trionfalmente nuovi Rinascimenti: e ora occorre mettere in guardia il fiorentino Matteo Renzi da coloro che pretendono di incoronarlo come adeguato erede attuale del grande Rinascimento. È il caso del berlusconiano Carlo Rossella, che, dopo aver dialogato con Renzi in tribuna allo stadio durante l’ultima Fiorentina- Inter, ha potuto affermare con entusiasmo (intervistato dal «Corriere della sera» del 17 febbraio) che il sindaco ora premier costituisce un «magnifico incrocio » tra Pico della Mirandola (con cui condivide «la capacità di ricordare subito tutto e tutti») e Niccolò Machiavelli (con cui condivide l’«intelligenza sottile e anche un po’ spregiudicata »). Senza contare il fatto che l’acutissimo Pico finì per subire il fascino del “medievale” Savonarola e che a Machiavelli le cose non riuscirono proprio bene (ma sarebbe il caso di fare il punto sulle tante deformazioni a cui è stato sottoposto Niccolò in occasione del trascorso centenario del suo Principe), questi ritorni di fiamma rinascimentale andrebbero almeno messi a confronto con la discussione suscitata in questi giorni da un libro del grande storico medievale Jacques Le Goff, Faut-il vraiment découper l’histoire en tranches? (Éditions du Seuil, di prossima pubblicazione in Italia da Laterza), che nega ogni sostanziale rottura di continuità tra le società europee del XVI secolo e quelle del “buio” Medioevo.
Fu già Petrarca e poi soprattutto gli umanisti del Quattrocento ad affermare una “rinascita” della cultura antica, in opposizione ai secoli precedenti: ma, variamente rilanciata dagli illuministi e poi dalla borghesia ottocentesca, la nozione di Rinascimento appare piuttosto effetto di una proiezione ideologica, smentita dalla persistenza di forme di vita e di antichi valori e modelli mentali, ancora lontanissimi dallo sviluppo della modernità. Secondo Le Goff la realtà sociale e mentale dell’occidente fino al XVIII secolo mostrerebbe una relativa continuità con quello che arbitrariamente chiamiamo Medioevo; il cosiddetto Rinascimento non costituirebbe affatto il punto di partenza dell’età moderna, dato che un reale cambiamento della vita collettiva e degli schemi mentali si sarebbe avviato solo poco prima della grande rivoluzione, nella seconda metà del Settecento.
Su questo giornale già Michele Ciliberto ha discusso la tesi di Le Goff, mettendo opportunamente in luce il carattere più complesso e articolato di quello che chiamiamo Rinascimento, notando in esso il rilievo di molteplici elementi culturali che conducono verso la modernità, in un rapporto conflittuale e contraddittorio con tante persistenze del passato. Su «la Lettura» del «Corriere» punti di vista tra loro opposti sulla questione hanno espresso Giuseppe Galasso e Franco Cardini: ma a me sembra che, a chiarire il dato fondamentale della proiezione del Rinascimento verso la modernità e della sua continuità/ differenza con il cosiddetto Medioevo altri dati determinanti vengano offerti dal libro recente di Amedeo Quondam, Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità (il Mulino 2013, pp. 275, euro 24,00).
In modo atipico, e davvero sorprendente per un libro sul Rinascimento, Quondam prende avvio da un viaggio tra i castelli del Tirolo, luoghi di controllo del territorio in cui erano insediati i bellatores, la nobiltà militare: le trasformazioni subite nel tempo da diversi castelli, con l’immissione di modelli culturali umanistici, di strutture e a forme che intendevano riconnettersi all’antichità, permettono di notare il passaggio dei loro signori da bellatores a «gentiluomini», in un contesto di educazione fondato su nuove regole sociali e identitarie, su un nuovo bisogno di equilibrio, di misura, di modalità etiche ed estetiche (che trovano la loro più immediata manifestazione nelle «buone maniere » e nell’esercizio della «conversazione»). Dai castelli del Tirolo il percorso di Quondam riconduce poi a tante forme e situazioni italiane ed europee, con particolare attenzione ad ambiti di fruizione sociale dei modelli culturali. Rinascimento viene a rivelarsi insomma un processo condotto da una nobiltà che si affida agli umanisti, studiosi, maestri e segretari che si propongono al suo servizio e offrono i nuovi modelli culturali basati sulla riscoperta dei classici antichi: si impone così l’abito del classicismo, in un intreccio ideale tra bello e buono che appunto viene a regolare le forme del vivere, distinguendole dall’immediatezza materiale, proiettandole verso convenienza, dignità, magnificenza, verso una nuova razionalità dell’essere sociale. Questa nuova «economia simbolica» viene attestata dal modo stesso in cui le classi dominanti individuano se stesse e resiste su vasta scala fino alla grande rivoluzione, con prolungamenti non trascurabili ancora nell’Ottocento. Sono pratiche di classe, che si svolgono in modo contraddittorio, tra metamorfosi varie e intrecci molteplici tra continuità e discontinuità: ma in esse e attraverso di esse si dà un’apertura dinamica e contraddittoria verso la modernità, una nuova fondazione dell’essere sociale, la diffusa aspirazione a un consumo dell’esistenza come valore, misura, equilibrio, distacco dall’effimera casualità.
Da tutto ciò erano escluse le classi inferiori, sottoposte a repressione e a controllo spesso spietato; e ne erano respinte ai margini le forme culturali più radicalmente critiche, più audaci e dirompenti. Ma è vero che proprio entro questi sistemi simbolici si è aperta la possibilità di forme vita pienamente coscienti di se stesse, di rottura dei modelli autoritari, di spazi di libertà e razionalità (tutto ciò che fu poi affermato dall’illuminismo, in questo ancora legato ai modelli classicistici rinascimentali).
Il libro di Quondam (che tocca tante altre questioni che meriterebbero più diretta discussione) mostra insomma che la modernità del Rinascimento va verificata, oltre che nei grandi risultati dell’arte e del pensiero, nella costruzione di una nuova «forma del vivere», di una misura etica ed estetica dell’essere in società.
Certo si può avere l’impressione che oggi, mentre si suggeriscono innesti tra Pico e Machiavelli, si sia totalmente al di là di ogni possibile «forma», ben al di là del moderno, in un universo “altro”, per cui non sembra più credibile nemmeno l’etichetta di «postmoderno ».

http://rassegnastampapagineculturali.wordpress.com/

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